-di PIERLUIGI PIETRICOLA-
La ristampa di Homo faber di Adriano Tilgher, proposta da Arcadia Edizioni, riporta in circolazione un testo che non chiede di essere “attualizzato”, perché non appartiene al tempo delle contingenze, ma a quello delle strutture profonde. È uno di quei libri che non invecchiano perché non nascono per intervenire nel dibattito, bensì per smascherarne i presupposti invisibili. Riletto oggi, Homo faber appare meno come un saggio e più come una diagnosi spirituale formulata quando la malattia era ancora agli inizi e poteva essere osservata con chiarezza clinica.
L’homo faber di Tilgher non coincide con la dignità del lavoro, né con l’antica sapienza dell’artefice. È, al contrario, l’uomo che si riduce al proprio operare, che misura il valore dell’esistenza secondo il criterio dell’utilità e che finisce per concepire se stesso come un mezzo tra i mezzi. In questa figura si consuma una frattura decisiva: l’agire non è più espressione di un ordine, ma diventa principio autosufficiente; il fare precede e soffoca l’essere. Tilgher coglie con precisione il momento in cui la tecnica smette di essere strumento e diventa orizzonte totale, imponendo una concezione dell’uomo impoverita, funzionale, sostanzialmente anonima.
La forza del libro sta nel suo carattere non polemico. Tilgher non accusa, non invoca ritorni sentimentali, non costruisce utopie compensative. Egli osserva. E osservando mostra come la civiltà moderna abbia progressivamente espulso ogni dimensione contemplativa, relegandola ai margini come inattuale o improduttiva. L’intelligenza, separata da ogni riferimento trascendente, si converte in puro calcolo; la libertà si riduce a scelta tra opzioni già date; il senso si dissolve nella prestazione. Non è difficile riconoscere, in queste pagine, il germe di quella condizione contemporanea in cui l’uomo è incessantemente occupato e radicalmente distratto da se stesso.
In questo senso Homo faber è un libro sul declino del simbolo. Quando il mondo è percepito soltanto come materia da trasformare, perde spessore ontologico; le cose non rimandano più a nulla, non alludono, non insegnano. La realtà diventa opaca proprio nel momento in cui sembra totalmente disponibile. Tilgher comprende che la crisi non nasce da una scarsità di mezzi, ma da una sovrabbondanza di fare privo di fondamento, da un’attività che non conosce più il silenzio da cui dovrebbe scaturire.
Accanto al libro, la figura di Adriano Tilgher merita un ritratto che ne restituisca la singolare posizione nel panorama intellettuale italiano. Tilgher è stato un pensatore appartato, difficilmente classificabile, refrattario tanto alle ortodossie ideologiche quanto alle mode culturali. La sua formazione, nutrita di idealismo ma mai prigioniera di esso, lo conduce a una critica severa della modernità senza mai sfociare nella retorica della reazione. In lui non c’è compiacimento per il crollo, né entusiasmo per il nuovo: c’è una vigilanza costante, una tensione morale che si esprime in una scrittura asciutta, priva di ornamenti superflui.
Tilgher scrive come chi considera il pensiero un atto di responsabilità. Non seduce il lettore, non lo accompagna: lo mette di fronte a un’evidenza scomoda. La sua prosa, sorvegliata e quasi spoglia, riflette una disciplina interiore che rifugge tanto l’enfasi quanto l’aneddoto. È un autore che sembra parlare sempre da una soglia, consapevole che il compito dell’intellettuale non è fornire consolazioni, ma mantenere aperta la ferita della domanda essenziale: che cos’è l’uomo, quando smette di interrogarsi sul proprio fine?
In questo ritratto emerge un Tilgher estraneo allo spettacolo culturale, poco incline all’autopromozione, ma profondamente impegnato in una ricerca che è, prima di tutto, etica. La sua marginalità non è segno di irrilevanza, bensì di indipendenza. È la posizione di chi non accetta di pensare per delega, né di ridurre il pensiero a funzione sociale.
La ristampa di Homo faber assume dunque un valore che va oltre il recupero editoriale. Arcadia Edizioni restituisce ai lettori un testo che obbliga a rallentare, a sottrarsi per un momento alla compulsione del fare, per misurarsi con una domanda che la modernità tende a eludere: che cosa resta dell’uomo quando tutto ciò che non produce viene considerato inutile? Tilgher non risponde. Indica. E nel farlo, invita il lettore a riconoscere che la vera povertà del nostro tempo non è materiale, ma interiore: è l’incapacità di abitare il mondo senza volerlo incessantemente rifare.

