-di PIERLUIGI PIETRICOLA-
Aprendo Il muro e il silenzio di Carlo Romeo si ha inizialmente l’impressione di entrare in un luogo spoglio, quasi dimesso, come una stanza lasciata intenzionalmente priva di arredi perché nulla distragga dall’essenziale. Non vi è invito, non vi è spiegazione preliminare: il lettore è già dentro, davanti a una presenza che non si offre ma si impone. Il muro è lì, prima ancora che venga nominato; il silenzio lo accompagna come un’ombra fedele.
La narrazione procede come un cammino lento lungo questo limite. Non accade nulla che possa essere riassunto con facilità, e tuttavia ogni passo pesa. Romeo non racconta per accumulo di eventi, ma per successive soste, come se ogni scena fosse un punto di arresto necessario. Il muro emerge allora non come elemento scenografico, bensì come interlocutore taciturno: non risponde, non spiega, non si giustifica. Sta. E nel suo stare costringe chi lo guarda a interrogarsi su ciò che separa, su ciò che trattiene, su ciò che impedisce il passaggio.
Il silenzio entra in scena senza clamore. Non è un vuoto da colmare, ma una condizione da attraversare. I personaggi – o meglio, le presenze che abitano il testo – sembrano muoversi con cautela, come se sapessero che ogni parola superflua rischierebbe di incrinare un equilibrio fragile. La scrittura si adegua a questa consapevolezza: frasi misurate, immagini essenziali, una tensione costante verso ciò che resta non detto. È una prosa che non avanza per conquista, ma per rispetto.
A poco a poco, il lettore comprende che il muro non appartiene soltanto a un luogo o a un tempo determinato. La sua consistenza storica è reale, ma ciò che conta è la sua persistenza interiore. Anche quando sembra lontano, abbattuto, archiviato, esso continua a operare come forma mentale, come abitudine dello sguardo, come riflesso di separazione. Romeo suggerisce questa continuità senza proclami, lasciando che sia il silenzio a farsi portatore di memoria. Una memoria che non si espone, che non chiede riconoscimento, ma che agisce in profondità.
Nel corso del libro, la narrazione assume i tratti di una veglia. Nulla viene risolto, nulla viene sciolto. Il muro non crolla sotto il peso della parola, e il silenzio non si trasforma in confessione. È proprio in questa rinuncia che il testo trova la sua forza. Il lettore, giunto alle ultime pagine, non ha l’impressione di aver “capito”, ma di essere stato condotto in prossimità di qualcosa che resiste alla comprensione ordinaria.
Pubblicato da Arcadia Edizioni, Il muro e il silenzio si presenta come un libro controcorrente, nel senso più rigoroso del termine. Non cerca adesioni emotive né consenso interpretativo. Racconta, piuttosto, un’esperienza di limite, lasciando che sia il lettore a portarne il peso. È una narrazione che non intrattiene ma trattiene, che non chiarisce ma affina l’attenzione. E nel farlo ricorda che vi sono storie la cui verità non sta nello svolgimento, bensì nella qualità del silenzio che sanno generare.
