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Bruciare con ordine: cronache eleganti di una gioventù esausta

-di PIERLUIGI PIETRICOLA-

 

Gioventù bruciata. Il burnout di una generazione, già dal titolo, promette quella cosa lì: non tanto la citazione cinefila da pomeriggio universitario con maglione sulle spalle e posa da ultimo esistenzialista rimasto in città, quanto piuttosto il catalogo – inevitabilmente italiano, quindi insieme tragico e provinciale – di una generazione che si dibatte fra ambizioni globali e arredamenti Ikea, fra l’ansia del successo e il ritorno serale nella cameretta adolescenziale, ancora sorvegliata da pupazzi e bollette.

Giorgia Giuliano si muove con una certa sicurezza dentro questo paesaggio da post-tutto: post-ideologico, post-sentimentale, perfino post-ribellione, perché ormai anche la trasgressione arriva già impacchettata, sponsorizzata, monetizzata e consegnata in ventiquattr’ore. La sua gioventù non è “bruciata” nel senso romantico e americano del termine – Dean, le motociclette, il nichilismo sexy – ma nel senso più nostrano e assai meno fotogenico: consumata lentamente, per attrito, per precarietà, per l’estenuante negoziato quotidiano con aspettative familiari, lavori intermittenti e relazioni a tempo determinato.

Il pregio maggiore del libro sta proprio qui: nel rifiuto della retorica. Non c’è la solita lamentazione sociologica da supplemento domenicale, né il compiacimento generazionale di chi trasforma ogni aperitivo andato male in un manifesto politico. Giuliano osserva, registra, talvolta punge. E quando punge, lo fa meglio. I personaggi – che spesso sembrano riconoscibili, come certi volti intravisti a feste sbagliate o in treni regionali troppo lenti – si muovono in una geografia emotiva fatta di città medie, fughe progettate e mai realizzate, entusiasmi che durano quanto una notifica.

La scrittura ha un ritmo nervoso, mobile, spesso brillante. Quando evita qualche compiacimento lirico di troppo, acquista precisione e una sua notevole temperatura ironica. Si sente che l’autrice conosce bene il materiale umano che racconta: non lo guarda dall’alto, non lo giudica con paternalismo editoriale, ma ne restituisce le contraddizioni con una partecipazione quasi clinica. Una specie di affetto disilluso, che è forse la sola forma di realismo ancora possibile.

Naturalmente, come accade spesso ai libri che vogliono raccontare il presente immediato, il rischio è quello dell’invecchiamento rapido: certe formule, certi riferimenti, certi tic linguistici possono trasformarsi in reperti archeologici con velocità imbarazzante. Ma forse è anche questo il loro compito: essere datati, e dunque veri. Non il romanzo definitivo di una generazione – formula che appartiene ai comunicati stampa e alle quarte di copertina isteriche – bensì un buon romanzo su quel particolare sfinimento contemporaneo che scambiamo, per educazione o per paura, con la normalità.

In fondo, Gioventù bruciata racconta proprio questo: non il grande incendio, ma la combustione lenta. E forse fa più male.

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