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Socialismo, romanticismo e altre malinconie italiane

-di Pierluigi Pietricola-

 

C’è qualcosa di molto italiano — e molto novecentesco — in questo titolo: Il capitano romantico. Sembra il nome di un eroe dannunziano sopravvissuto per errore agli anni di piombo, o di un comandante senza nave che continui a parlare di rivoluzione in un caffè di provincia, tra una “mozione” e un Cynar. E infatti il libro Il capitano romantico, dedicato alla figura di Fernando De Rosa, si muove precisamente in quella zona ambigua e affascinante dove la politica italiana smette di essere cronaca e diventa romanzo morale, teatro temperamentale, avventura sentimentale.

Fabio Florindi evita il tono accademico, il grigiore del saggio universitario da concorso ministeriale, e preferisce invece una scrittura che ricostruisce atmosfere, caratteri, manie, furori. Ne esce il ritratto di un socialista libertario che appartiene a quella fauna quasi estinta di militanti “integrali”, uomini che vivevano le idee come febbre personale, come destino esistenziale, e non come curriculum da talk show. Fernando De Rosa appare così: irregolare, appassionato, impulsivo, talvolta perfino melodrammatico, ma sempre animato da una fede politica che oggi risulta quasi incomprensibile nell’epoca dell’opinionismo permanente e delle leadership in formato social.

Il merito maggiore del libro è forse proprio questo: riportare il lettore dentro un’Italia in cui la politica era ancora un’esperienza totalizzante. Non il professionismo cinico dei partiti contemporanei, ma una miscela di cospirazione, idealismo, esilio, retorica, romanticismo rivoluzionario. Un mondo dove si discuteva di anarchia, socialismo, internazionalismo con la stessa intensità con cui si parlava d’amore o di morte. E De Rosa — figura laterale rispetto ai grandi santini della storia ufficiale — diventa qui simbolo di un’intera genealogia di sconfitti magnifici.

Florindi racconta bene soprattutto le contraddizioni. Perché il “capitano romantico” non è un santino agiografico: è un uomo spesso imprigionato nel proprio mito personale, nel gusto dell’azione eroica, nella tentazione della gestualità politica assoluta. In questo senso il libro sfiora talvolta il miglior feuilleton civile italiano: vengono in mente certi personaggi di Silone, ma anche quel gusto arbasiniano per le biografie irrequiete, piene di salotti ideologici, fughe, frontiere, litigi teorici, espulsioni, scissioni minuscole e definitive.

Lo stile è elegante senza essere ornamentale. Florindi ha il buon gusto di non trasformare il protagonista in un “padre della patria alternativa”, tentazione frequentissima nella saggistica politico-memorialistica italiana. Al contrario, lascia emergere anche l’inattualità di De Rosa, la sua appartenenza a un universo etico ormai quasi archeologico. Ed è proprio questa inattualità a rendere il libro interessante.

Perché alla fine Il capitano romantico parla meno del passato che del presente: della scomparsa delle passioni politiche profonde, dell’estinzione dell’idealismo radicale, della trasformazione della militanza in comunicazione. Leggendolo si prova una curiosa nostalgia anche per ciò che non si è mai vissuto: le pensioni fumose di Parigi, le discussioni interminabili, le utopie sconfitte, gli uomini convinti che la storia potesse ancora essere cambiata da individui ostinati e irregolari.

Un libro colto, malinconico e politicamente sentimentale. Che racconta non soltanto un uomo, ma un’intera antropologia italiana ormai perduta.

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