-di PIERLUIGI PIETRICOLA-
Ci sono libri che raccontano una città e libri che raccontano un’istituzione. Foggia e la sua fiera, firmato da Raffaele Colapietra e Antonio Vitulli, tenta qualcosa di più ambizioso: raccontare una parte della storia del Mezzogiorno attraverso una delle sue più significative infrastrutture economiche e culturali. E, sorprendentemente, ci riesce.
In un tempo in cui la memoria pubblica sembra affidata alla velocità dei social e all’oblio programmato dell’attualità, questo volume compie un’operazione quasi controcorrente: restituisce profondità storica a un’esperienza che rischierebbe di essere ridotta a semplice cronaca amministrativa. La Fiera di Foggia non viene osservata come un ente, un edificio o una successione di eventi espositivi, ma come un organismo vivente che accompagna le trasformazioni della Capitanata e, in filigrana, dell’intero Sud italiano.
Il merito principale degli autori è quello di evitare sia la celebrazione agiografica sia il tono notarile che spesso appesantisce le pubblicazioni dedicate alle istituzioni territoriali. La narrazione procede invece lungo il crinale della storia civile ed economica, mostrando come la vicenda fieristica sia stata, nel corso dei decenni, uno specchio fedele delle speranze, delle contraddizioni e delle ambizioni di una comunità.
Pagina dopo pagina emerge una realtà che, soprattutto nel secondo dopoguerra, ha rappresentato un punto di incontro tra agricoltura, impresa, politica e società. La Fiera diventa così il luogo simbolico in cui il Mezzogiorno cerca di negoziare il proprio ingresso nella modernità. Un laboratorio, talvolta virtuoso, talvolta problematico, ma sempre significativo.
La storia raccontata da Colapietra e Vitulli possiede inoltre un valore che supera il perimetro locale. In controluce si legge infatti la vicenda di un Sud spesso descritto attraverso stereotipi opposti e ugualmente improduttivi: da una parte la retorica dell’arretratezza permanente, dall’altra quella dell’ottimismo programmatico. Gli autori scelgono una terza strada, più complessa e più vera. Mostrano una terra che costruisce, investe, sbaglia, riparte. Una terra che prova a trasformare le proprie risorse in sviluppo reale.
In questo senso la Fiera appare quasi come una metafora. Le sue stagioni di crescita e le sue difficoltà coincidono con quelle di un Mezzogiorno che non smette di interrogarsi sul proprio ruolo nel sistema economico nazionale. Non è soltanto la storia di una struttura espositiva; è la storia di una classe dirigente, di un tessuto produttivo, di una comunità che cerca continuamente nuove forme di rappresentazione e di protagonismo.
La prefazione di Saverio Russo contribuisce a collocare il racconto entro coordinate storiografiche più ampie, offrendo al lettore gli strumenti necessari per comprendere la portata del fenomeno. Ma è soprattutto il corpo centrale del volume a mantenere vivo l’interesse, grazie a una documentazione accurata e a una ricostruzione che non rinuncia mai alla leggibilità.
In anni nei quali la parola “territorio” viene spesso consumata nei discorsi pubblici fino a perdere significato, Foggia e la sua fiera restituisce concretezza a quel concetto. Lo fa raccontando una storia fatta di uomini, idee, investimenti, conflitti e visioni. Una storia locale, certamente, ma capace di parlare a chiunque voglia comprendere le dinamiche profonde dello sviluppo italiano.
Per questo il libro non interessa soltanto agli studiosi o agli addetti ai lavori. Interessa a chiunque ritenga che la storia economica non sia una disciplina per specialisti, ma una delle chiavi più efficaci per capire il presente. E, forse, anche il futuro.

