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Il Paese delle porte socchiuse. Sergio Turone e il romanzo vero del potere

-di PIERLUIGI PIETRICOLA-

 

Ci sono libri che ritornano. Non tornano semplicemente in libreria, come un vecchio signore che si presenta all’appuntamento con qualche ruga in più e il cappotto di un’altra stagione. Tornano perché qualcuno, da qualche parte, ha lasciato una porta socchiusa. E dietro quella porta c’è ancora qualcuno che parla.

Partiti e mafia. Dalla P2 alla droga di Sergio Turone è uno di questi libri.

Pubblicato per la prima volta nel 1985 da Laterza e rimasto a lungo introvabile, oggi viene restituito ai lettori da Arcadia Edizioni. È il secondo volume della sua “Trilogia sul potere”, dopo Corrotti e corruttori, e arriva in libreria con una strana, quasi inquietante puntualità. Perché certe fotografie, quando le si guarda dopo quarant’anni, non sembrano invecchiate: siamo noi ad avere cambiato faccia.

Turone mette in scena l’Italia degli anni Settanta e Ottanta, ma non la racconta come un museo della Prima Repubblica, con le sue targhette, le sue date, i suoi personaggi imbalsamati. La racconta come un grande teatro nel quale le quinte continuano a muoversi mentre il pubblico crede che lo spettacolo sia finito.

Da una parte c’è la politica. Dall’altra la mafia, la camorra, la ’ndrangheta, il narcotraffico. In mezzo ci sono uomini, interessi, denaro, relazioni, complicità, silenzi. E poi ci sono le porte. Porte di uffici, di banche, di ministeri, di studi professionali, di palazzi rispettabili. Porte che si aprono e si chiudono con discrezione. Turone ha il talento particolare di mostrarci ciò che accade quando una porta, invece di separare due mondi, diventa il passaggio attraverso il quale quei mondi si incontrano.

È questa la sua originalità.

Turone non scrive semplicemente un saggio politico. Costruisce una narrazione documentaria che possiede il ritmo, la tensione e perfino l’ironia involontaria di un romanzo. La materia è fatta di atti parlamentari, inchieste giudiziarie, processi, scandali, omicidi, traffici internazionali. Ma nelle sue mani il documento smette di essere carta morta e diventa personaggio. Una deposizione entra in scena. Un verbale apre una finestra. Un nome conduce a un altro nome. Una vicenda apparentemente marginale improvvisamente illumina un’intera stanza.

E quella stanza è l’Italia.

Il viaggio che Turone propone parte dalla P2 e arriva al traffico internazionale della droga, passando attraverso le infiltrazioni della criminalità organizzata nella vita pubblica. La rete descritta dall’autore non si ferma ai confini nazionali: dall’Italia corre verso l’Australia, l’Afghanistan, l’Iran, la Turchia, il Sudamerica. È un mondo nel quale il potere non ha più necessariamente una bandiera, perché il denaro, quando comincia a viaggiare, diventa molto più cosmopolita degli uomini che lo producono.

E qui Turone diventa sorprendentemente contemporaneo.

Perché la sua intuizione più forte non consiste soltanto nell’aver raccontato gli intrecci fra partiti e mafia. Consiste nell’aver capito che il potere moderno è soprattutto una rete. Non è più soltanto il ministro seduto dietro una scrivania, il boss seduto al tavolo di un ristorante, il faccendiere con la valigetta. È il collegamento fra queste figure. È il telefono che squilla nella stanza accanto. È il conto corrente che attraversa una frontiera. È il favore che non viene scritto da nessuna parte. È il silenzio di chi sa e decide di non sapere.

Turone osserva tutto questo con l’occhio del giornalista e con quello del narratore.

Ed è forse proprio qui che bisogna riscoprirlo.

Perché oggi siamo sommersi dalle informazioni e, contemporaneamente, affamati di comprensione. Ogni giorno conosciamo migliaia di fatti, ma sempre più raramente riusciamo a vedere il disegno che li unisce. La cronaca ci consegna frammenti: un’inchiesta, un arresto, una tangente, una società offshore, un traffico di droga, un rapporto internazionale, una crisi politica. Turone invece cerca il filo.

È un lavoro antico, quasi artigianale. Come quello del burattinaio che, dietro il teatrino, muove fili invisibili mentre davanti agli occhi dello spettatore un esercito di pupazzi continua a camminare.

Ma attenzione: Turone non suggerisce complotti universali e non costruisce una mitologia del potere occulto. La sua forza sta precisamente nel contrario. Sta nella documentazione. Il suo racconto nasce da fatti, atti, testimonianze, inchieste. La tensione narrativa non sostituisce il rigore giornalistico: lo rende leggibile. È questa combinazione a dare al libro una fisionomia singolare.

E allora viene naturale domandarsi perché un libro scritto nel 1985 dovrebbe interessare un lettore del 2026.

La risposta è semplice: perché non parla soltanto del passato.

Parla della nostra difficoltà a distinguere il potere legittimo dal potere che si appropria delle istituzioni. Parla della fragilità della democrazia quando la trasparenza viene sostituita dalla convenienza. Parla del rapporto ambiguo fra politica e denaro. Parla della criminalità organizzata non come fenomeno folkloristico, come ancora troppo spesso viene raccontata, ma come struttura economica e politica capace di adattarsi, infiltrarsi, internazionalizzarsi.

E soprattutto parla della memoria.

Un Paese che dimentica come è arrivato fin qui rischia di scambiare ogni vecchio problema per una nuova invenzione. Turone ci ricorda invece che la storia non procede sempre in linea retta. A volte gira in tondo. A volte cambia abito. A volte si presenta con un nome nuovo e pretende di essere una persona mai vista prima.

La mafia cambia linguaggio. Il potere cambia strumenti. La finanza cambia velocità. La politica cambia pelle. Ma la domanda resta: chi decide davvero?

È una domanda che attraversa tutto il libro e che, proprio per questo, lo rende culturalmente necessario.

C’è poi un altro aspetto che merita di essere sottolineato: Turone è uno scrittore che non ha bisogno di inventare troppo. La realtà gli offre già il grottesco, il tragico, l’assurdo. E qui emerge la sua particolare qualità narrativa. Il mondo che descrive sembra spesso uscito da una sceneggiatura surreale: uomini rispettabili che frequentano ambienti equivoci, istituzioni attraversate da interessi privati, personaggi che sembrano comparse e improvvisamente acquistano un ruolo decisivo, vicende tanto incredibili da sembrare inventate.

Ma non sono inventate.

È proprio questa la vertigine.

Il lettore procede nel libro con quella sensazione stranissima che appartiene alle storie nelle quali la realtà ha superato la fantasia. Si ride talvolta, ma è una risata nervosa. Si rimane increduli, ma soltanto fino a quando un documento non arriva a confermare ciò che sembrava impossibile.

Turone conosce questa zona grigia della realtà e la attraversa senza trasformarla in spettacolo.

Per questo la sua scrittura va riletta e riscoperta.

Non soltanto perché restituisce al presente una pagina importante della storia italiana. Ma perché ci insegna ancora qualcosa sul mestiere del giornalista e dello scrittore: osservare, collegare, verificare, raccontare. Non accontentarsi della superficie. Non confondere la quantità delle informazioni con la conoscenza. Non lasciarsi ipnotizzare dal rumore della cronaca.

Turone appartiene a una generazione di giornalisti per i quali l’inchiesta non era una specializzazione, ma una forma di responsabilità civile. Fu giornalista de Il Giorno e de Il Messaggero, editorialista di Avvenimenti, saggista e scrittore; insegnò Storia e metodologia del giornalismo e fu anche autore di narrativa satirica. Nel 1986 ricevette il premio Forte dei Marmi per la satira politica con il romanzo 1994.

E proprio questa doppia natura — giornalistica e narrativa — permette di capire meglio Partiti e mafia.

Turone non vuole soltanto informare. Vuole far vedere.

È una differenza fondamentale.

Informare significa consegnare al lettore dei dati. Far vedere significa costruire davanti ai suoi occhi una scena, un’atmosfera, una relazione fra le cose. Significa fare in modo che il lettore, dopo aver chiuso il libro, continui a vedere quelle figure muoversi nella propria testa.

E così accade qui.

Rimangono i corridoi, le stanze, i telefoni, i nomi, le connessioni. Rimane soprattutto quella sensazione di trovarsi davanti a un Paese che vive contemporaneamente alla luce del sole e dietro una tenda.

È il Paese delle porte socchiuse.

E forse proprio per questo è bene riportare oggi questo libro sugli scaffali. Questa nuova edizione restituisce al catalogo contemporaneo un testo che per quarant’anni è rimasto lontano dal circuito ordinario della lettura.

Riscoprire Turone significa comprendere che, in un’epoca nella quale tutto sembra immediatamente visibile, le cose più importanti sono spesso quelle che non si vedono al primo colpo.

Il potere, in fondo, ha sempre avuto bisogno di una scenografia. Cambiano i fondali, cambiano gli attori, cambiano le luci. Ma dietro il sipario continuano a esserci fili.

Il merito di Sergio Turone è averli cercati.

E averci insegnato che, qualche volta, per capire davvero uno spettacolo bisogna smettere di guardare il palcoscenico e andare a vedere chi muove le corde.

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