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I ragazzi di via Cervantes, quando la politica era ancora una storia umana

-di PIERLUIGI PIETRICOLA-

 

Ci sono libri che raccontano un’epoca e libri che, quasi senza volerlo, raccontano anche ciò che è rimasto di quell’epoca dentro di noi. I ragazzi di via Cervantes. L’Unità e il PCI tra Napoli e Mosca di Rocco Di Blasi appartiene alla seconda categoria. Non è soltanto un libro sulla politica italiana, sul Partito comunista, su un giornale e sulla stagione tormentata che attraversò l’Italia tra gli anni Settanta e Ottanta. È, più radicalmente, il racconto di una generazione che aveva preso sul serio la Storia e che, per questo, aveva finito per metterci dentro la propria vita.

Già il titolo contiene una piccola trappola sentimentale. “I ragazzi”. Non i militanti, non i dirigenti, non gli apparati, non i funzionari. Ragazzi. Come se prima delle tessere, delle gerarchie, delle riunioni e delle interminabili discussioni politiche ci fosse stata una giovinezza, con le sue impazienze, le sue convinzioni assolute, le amicizie, le rivalità, le passioni e quella meravigliosa incoscienza che permette di credere che il mondo, con un po’ di ostinazione, possa davvero essere cambiato.

Via Cervantes è dunque molto più di un indirizzo. È un luogo della memoria, una quinta teatrale dove la politica italiana entra in scena con tutto il suo repertorio di entusiasmi, drammi, contraddizioni e illusioni. Napoli, naturalmente, non è soltanto lo sfondo: è il respiro stesso del racconto. Una città che sembra avere il talento naturale di trasformare ogni vicenda politica in una commedia umana, ogni riunione in una rappresentazione, ogni crisi in un dramma familiare.

Di Blasi conosce bene questo teatro perché ne è stato protagonista. E proprio qui si trova uno degli elementi più interessanti del volume: l’autore non osserva quella stagione da una distanza rassicurante. Ci è stato dentro. Ha respirato la redazione, ne ha conosciuto le tensioni, le speranze, le rigidità, i personaggi. Ha conosciuto il rapporto, spesso complicato e contraddittorio, tra il giornale e il Partito. Ha visto la politica quando la politica non era ancora soltanto comunicazione, strategia elettorale o costruzione dell’immagine, ma una forma totalizzante di appartenenza.

Il risultato è una narrazione che procede continuamente su due piani. Da una parte la Storia, quella con la maiuscola: il PCI, Berlinguer, Mosca, il terrorismo, il terremoto dell’Irpinia, la vicenda Cirillo, le grandi fratture della politica italiana. Dall’altra la storia minuta di una redazione, fatta di telefonate, riunioni, discussioni, entusiasmi, incomprensioni e decisioni che, nel momento in cui vengono prese, sembrano magari decisive e che il tempo, molti anni dopo, consegna invece alla categoria più malinconica delle occasioni perdute.

È precisamente in questa oscillazione che il libro trova la sua forza.

Di Blasi non pretende di trasformare il passato in una leggenda. E soprattutto non tenta di assolverlo. Ricorda, racconta, ricostruisce. Ma lascia emergere anche gli errori, le contraddizioni, le insufficienze di quella esperienza politica e giornalistica. È un atteggiamento intellettualmente più serio della nostalgia e infinitamente più interessante della condanna retrospettiva.

Perché giudicare il passato con gli occhi del presente è facile. Molto più difficile è tornare dentro quel passato, quando ancora non si conosceva il finale.

Ed è proprio questo che il libro riesce a fare.

A poco a poco, infatti, dalle pagine emerge una domanda che supera largamente la vicenda del PCI e de l’Unità: che cosa accade a una generazione quando l’idea intorno alla quale ha costruito la propria identità comincia a perdere forza?

È una domanda politica, certamente. Ma è soprattutto una domanda umana.

Perché le ideologie possono finire. I partiti possono scomparire. I giornali possono cambiare volto. Le organizzazioni possono dissolversi. Ma non si cancellano le persone che hanno vissuto dentro quelle esperienze. Restano le amicizie, le ferite, le discussioni, le convinzioni, persino gli errori. Rimane la memoria di essere stati giovani in un momento nel quale la politica sembrava avere ancora la capacità prodigiosa di entrare nella vita quotidiana e modificarla.

In questo senso I ragazzi di via Cervantes è anche un libro sul giornalismo.

Un giornalismo molto diverso da quello contemporaneo, nel quale la notizia arrivava attraverso il telefono, il telex, le agenzie, la carta; nel quale un titolo poteva essere discusso per ore e nel quale dietro un articolo c’era spesso una precisa idea del mondo. Il giornale non era semplicemente un prodotto editoriale. Era una comunità, un luogo di formazione, uno strumento politico e culturale.

Oggi, mentre il giornalismo combatte quotidianamente con la velocità, la frammentazione e l’imperativo dell’immediatezza, quelle redazioni possono apparire quasi appartenenti a un’altra civiltà. Eppure il loro problema fondamentale è ancora il nostro: come raccontare il mondo senza smettere di interrogarsi sul significato di ciò che si racconta?

Di Blasi non costruisce una teoria. Mostra una pratica.

E mostrando quella pratica restituisce alla politica qualcosa che oggi sembra essersi perduto: la sua dimensione narrativa.

La politica, allora, era fatta anche di racconti. Racconti sul futuro, sulla società, sul lavoro, sull’uguaglianza, sul rapporto tra individuo e collettività. Si poteva credere in quei racconti oppure respingerli, ma era difficile rimanerne completamente estranei. Oggi, al contrario, siamo circondati da una politica che spesso comunica moltissimo e racconta pochissimo.

È forse per questo che il libro di Di Blasi arriva con una forza inattesa nel presente.

Non perché proponga un ritorno a quella stagione. E neppure perché suggerisca di rimpiangerla. Ma perché costringe a ricordare che una società ha bisogno di uomini capaci di attribuire un significato alle proprie scelte collettive.

E poi c’è Eduardo Di Blasi, il figlio, che raccoglie questa eredità e la consegna al lettore. È un passaggio delicato e profondamente significativo. Il padre racconta una parte della propria vita; il figlio la sottrae alla dimensione privata e la trasforma in testimonianza. Ne nasce un dialogo silenzioso tra due generazioni: quella che ha vissuto direttamente la storia e quella che, venuta dopo, cerca di comprenderne le ragioni, le passioni e le sconfitte.

È qui che il libro smette definitivamente di essere soltanto un documento politico.

Diventa memoria civile.

E la memoria civile, quando è autentica, non celebra. Disturba. Riporta alla luce ciò che sarebbe più comodo lasciare nell’ombra. Costringe a riconoscere che ogni epoca, anche quella che oggi ci sembra ingenua o ideologicamente lontana, ha avuto uomini e donne che hanno creduto sinceramente in ciò che facevano.

La fotografia della copertina sembra allora quasi una scenografia felliniana: una strada, un muro, un grande simbolo politico abbandonato, una città che continua a vivere intorno a ciò che è rimasto. Non c’è bisogno di spiegare troppo. Il passato è lì, ingombrante e insieme fragile, appoggiato contro una parete come una vecchia insegna che nessuno ha ancora avuto il coraggio di togliere.

È un’immagine perfetta per questo libro.

Perché I ragazzi di via Cervantes racconta proprio questo: ciò che resta quando il tempo passa sopra le idee.

Restano i luoghi.

Restano le parole.

Restano i volti.

Restano soprattutto le persone.

E forse è questa la ragione più profonda per cui il libro di Rocco Di Blasi merita di essere letto. Non per sapere semplicemente come funzionava una redazione de l’Unità, né per ricostruire una pagina della storia del PCI, ma per incontrare, attraverso quelle vicende, un’Italia che aveva ancora una straordinaria fiducia nella possibilità di dare un ordine al futuro.

Un’Italia che poteva sbagliare, certamente. Che poteva essere settaria, contraddittoria, perfino cieca. Ma che possedeva ancora una cosa oggi diventata rara: la convinzione che la propria storia avesse un senso e che gli uomini potessero, almeno in parte, esserne gli autori.

I ragazzi di via Cervantes sono passati da quella strada molti anni fa. Alcuni avranno cambiato idea, altri avranno cambiato vita. Altri ancora avranno continuato a cercare, ostinatamente, qualcosa che somigliasse a quella promessa.

Ma il libro li ferma per un istante.

Li rimette davanti a noi.

E mentre li guardiamo, ci accorgiamo che non stiamo soltanto osservando il loro passato.

Stiamo guardando anche il nostro.

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