-di PIERLUIGI PIETRICOLA-
Fra qualche settimana uscirà Ernest Hemingway. Una biografia tra giornalismo e politica di Gabriella Airaldi, pubblicato da Arcadia Edizioni. Già il titolo suggerisce una prospettiva particolarmente felice per tornare a osservare Hemingway: non soltanto lo scrittore che abbiamo imparato a riconoscere attraverso i romanzi, i racconti, la pesca, le guerre, le donne, la boxe, le corride, i bar di Parigi e le notti cubane, ma l’uomo che prima di diventare Hemingway fu, in maniera quasi ostinata, un giornalista. E forse bisogna partire proprio da qui, dal giornale, per capire perché quella sua prosa apparentemente povera, nuda, quasi infantile, sia diventata una delle forme più riconoscibili della letteratura del Novecento.
Hemingway nacque a Oak Park, nell’Illinois, nel 1899, in una famiglia della borghesia americana. Ma già adolescente aveva cominciato a guardare il mondo con gli occhi di chi vuole raccontarlo. Al liceo collaborava al giornale scolastico e scriveva soprattutto di sport. Non era ancora apparso lo scrittore: c’era però già il ragazzo che aveva capito una cosa essenziale, che il mondo, prima ancora di essere interpretato, deve essere guardato.
La grande occasione arrivò nel 1917. Appena diplomato, a diciotto anni, Hemingway entrò nella redazione del Kansas City Star come giovane cronista. Era una specie di apprendistato nella realtà: polizia, ospedali, stazioni ferroviarie, incidenti, piccoli delitti, morti improvvise. Niente aveva ancora la nobiltà della letteratura. La vita gli si presentava nella sua forma più concreta, quotidiana, spesso brutale. Ed egli imparava a raccontarla senza commentarla troppo.
È difficile immaginare una scuola più adatta al futuro Hemingway.
La redazione gli impose infatti una disciplina destinata a diventare, quasi inconsapevolmente, una delle matrici della sua scrittura: frasi brevi, paragrafi brevi, linguaggio vigoroso, eliminazione delle parole superflue, precisione dei fatti. Hemingway avrebbe ricordato quell’esperienza come una delle migliori lezioni ricevute nel mestiere della scrittura.
Qui nasce una delle grandi contraddizioni della sua letteratura. Hemingway sembrerà sempre uno scrittore che ha eliminato la letteratura. In realtà l’ha portata alla massima concentrazione.
Il giornalista deve dire che cosa è accaduto. Lo scrittore deve fare qualcosa di più difficile: deve fare in modo che il lettore senta ciò che è accaduto. Hemingway comprese progressivamente che tra le due cose esisteva uno spazio misterioso. In quello spazio sarebbe nata la sua narrativa.
Nel 1918 partì per l’Italia come volontario della Croce Rossa americana. Fu gravemente ferito sul fronte italiano e trascorse un lungo periodo di convalescenza a Milano. La guerra entrò così nella sua esperienza non come un argomento letterario, ma come una materia fisica: sangue, paura, dolore, desiderio, attesa, amore. Qualche anno più tardi quella materia sarebbe diventata Addio alle armi.
La guerra, dunque, non lo trasformò soltanto in un uomo diverso. Gli insegnò anche che cosa significasse raccontare.
Quando, nel 1920, entrò in rapporto con il Toronto Star, Hemingway era ormai un giovane scrittore in formazione. Il giornalismo gli offriva però qualcosa che nessuna scuola letteraria avrebbe potuto offrirgli: il contatto quotidiano con le cose. Scriveva di sport, costume, viaggi, personaggi, cronaca. I suoi articoli cominciavano ad assumere una fisionomia particolare, sospesa fra il resoconto giornalistico e il racconto.
È un passaggio fondamentale.
Hemingway non porta semplicemente il giornalismo nella letteratura. Porta la letteratura dentro il giornalismo.
La sua cronaca comincia a comportarsi come un racconto. Il personaggio emerge da un gesto, da una frase, da un particolare. La psicologia non viene spiegata: viene lasciata filtrare attraverso ciò che l’uomo fa. Il paesaggio non viene descritto per essere ammirato, ma perché partecipa all’azione. Il dialogo diventa una superficie sotto la quale qualcosa continua a muoversi.
E così, quasi senza accorgersene, Hemingway costruisce il proprio sistema narrativo.
Quando nel 1921 si trasferisce a Parigi con Hadley Richardson e comincia a lavorare come corrispondente europeo del Toronto Star, il giornalismo gli permette di viaggiare, osservare, conoscere uomini e paesi, entrare in contatto con la nuova cultura europea. Parigi diventa il laboratorio della sua formazione letteraria. Incontra Gertrude Stein, Ezra Pound, James Joyce, Ford Madox Ford e soprattutto entra nel cuore di quella generazione americana che avrebbe trasformato la letteratura del Novecento.
Ma Hemingway continua a essere un giornalista.
E questa è forse la cosa più interessante.
Mentre gli altri discutono di letteratura, lui guarda. Mentre gli altri elaborano teorie, lui prende appunti. Mentre la cultura europea cerca nuove forme per rappresentare la crisi della civiltà, Hemingway osserva un pugile, una corrida, una stazione, un pescatore, un soldato, una donna che cammina.
La realtà, per lui, viene prima dell’idea.
Da questa fedeltà al concreto nasce anche quella che più tardi verrà definita la sua teoria dell’iceberg. Il racconto mostra soltanto una parte della materia, mentre tutto ciò che non viene detto continua a vivere sotto la superficie. Hemingway aveva imparato dal giornalismo che non era necessario spiegare tutto; aveva capito dalla letteratura che ciò che viene taciuto può essere persino più forte di ciò che viene dichiarato.
Ecco allora perché la sua scrittura sembra così semplice.
La semplicità di Hemingway non è povertà. È sottrazione.
Dietro una frase breve può esserci una guerra. Dietro un dialogo apparentemente insignificante può esserci un matrimonio che sta finendo. Dietro una pesca può esserci una meditazione sulla morte. Dietro una corrida può esserci l’intera idea di coraggio, paura, spettacolo e destino.
Il giornalista Hemingway aveva imparato a mettere davanti al lettore il fatto. Lo scrittore Hemingway avrebbe imparato a mettere dietro il fatto il mistero.
È questa, probabilmente, la ragione per cui il suo giornalismo non può essere considerato una parentesi giovanile della sua carriera. Il giornalismo ritornerà infatti in diverse fasi della sua vita, dalla guerra civile spagnola alla Seconda guerra mondiale, e continuerà ad alimentare la sua narrativa. Anche quando dichiarava di volerlo abbandonare perché lo distoglieva dalla letteratura, non riusciva davvero a liberarsene.
Il giornalista rimaneva dentro lo scrittore come un animale fedele. Gli ricordava che ogni parola deve avere un peso, che ogni dettaglio deve essere visto prima di essere scritto, che la realtà non ha bisogno di essere adornata per diventare significativa.
La sua grande rivoluzione consiste forse proprio in questo: avere trasferito nella narrativa la disciplina del giornale senza trasformare il romanzo in un giornale.
Il giovane reporter che correva dalla polizia all’ospedale, che doveva verificare nomi e indirizzi e consegnare rapidamente un pezzo alla redazione, stava inconsapevolmente imparando il mestiere che avrebbe fatto di lui uno dei grandi prosatori del secolo. Doveva scrivere rapidamente, ma doveva soprattutto scegliere. Doveva raccontare molto con poco. Doveva distinguere il fatto dall’impressione, il particolare dall’ornamento. Doveva arrivare alla cosa.
Poi, lentamente, comprese che la cosa poteva essere anche una forma di poesia.
È qui che il libro di Gabriella Airaldi, Ernest Hemingway. Una biografia tra giornalismo e politica, in uscita fra qualche settimana per Arcadia Edizioni, assume un interesse che supera la semplice ricostruzione biografica. Il rapporto fra Hemingway e il giornalismo non è infatti soltanto una delle tante tessere della sua vita avventurosa. È una delle chiavi attraverso cui leggere la formazione di uno scrittore che trasformò la cronaca in esperienza e l’esperienza in letteratura.
Hemingway ci appare allora meno come il personaggio mitologico costruito dalla propria leggenda e più come un uomo che imparò lentamente il mestiere di scrivere. Prima osservando il mondo, poi raccontandolo, infine nascondendo sotto le parole una parte sempre maggiore di ciò che aveva visto.
Il ragazzo del Kansas City Star non è lontano dal vecchio Hemingway seduto davanti alla macchina da scrivere. Fra i due c’è tutta una vita: Parigi, la guerra, la Spagna, Cuba, l’Africa, le donne, gli amici, i romanzi, i racconti, la gloria e la stanchezza. Ma c’è anche qualcosa che non cambia.
Il reporter continua a guardare.
E forse è proprio questo il segreto di Hemingway: avere capito che per diventare scrittori bisogna prima imparare a vedere. Non soltanto vedere ciò che accade, ma ciò che rimane quando l’avvenimento è finito. La letteratura comincia precisamente lì, nel punto in cui il giornale ha smesso di raccontare.

