-di PIERLUIGI PIETRICOLA-
Ci sono parole che, a forza di essere pronunciate, finiscono per perdere peso. «Sostenibilità» è una di queste. «Transizione» un’altra. «Economia» addirittura rischia di diventare una parola da telegiornale: la si pronuncia con aria grave, si aggiunge qualche percentuale e tutti tornano a casa convinti di avere capito qualcosa. Poi arriva il mare, che ha il difetto di non essere facilmente traducibile in una percentuale. E infatti lo abbiamo quasi sempre considerato un paesaggio.
Blue economy. Storie dall’Italia del mare di Mariarita Persichetti, pubblicato da Arcadia Edizioni, parte precisamente da questa curiosa rimozione: l’Italia è una penisola, possiede circa ottomila chilometri di coste, vive da secoli di pesca, commerci e turismo, e tuttavia il mare, nella rappresentazione pubblica del Paese, tende a funzionare come una quinta teatrale. C’è, naturalmente, ma serve soprattutto a far risaltare ciò che accade sulla terraferma.
La cosa interessante è che Persichetti non sembra interessata a raccontarci il mare nel modo in cui lo racconterebbe un dépliant turistico. Non ci sono, cioè, soltanto tramonti, barchette, borghi marinari e il consueto repertorio della nostalgia mediterranea. Il mare di Blue economy è innanzitutto un sistema economico, politico e sociale. È un luogo dove si lavora, si perde il lavoro, si investe, si specula, si sperimenta, si governa male e talvolta si governa peggio.
Ed ecco che l’espressione «blue economy», apparentemente elegante come tutte le formule contemporanee che sembrano inventate per una conferenza internazionale, acquista un significato molto concreto. Significa porti, pesca, acquacoltura, turismo, infrastrutture, comunità costiere, occupazione, ambiente, cambiamento climatico. Significa soprattutto una domanda: quanto vale veramente il mare per l’Italia e perché continuiamo a comportarci come se non lo sapessimo?
La risposta, naturalmente, non è soltanto contabile. Secondo le dimensioni del fenomeno descritto nel libro, il sistema economico legato al mare rappresenta una componente rilevante della ricchezza nazionale e coinvolge una vasta platea di lavoratori. Numeri abbastanza grandi da meritare una politica, ma forse non abbastanza rumorosi da diventare una priorità politica.
Qui sta uno dei meriti del libro: trasformare una questione apparentemente settoriale in una questione generale.
Perché il problema del mare italiano è, in fondo, un problema molto italiano. Abbiamo coste strategiche ma porti che non sempre riescono a svolgere la funzione che dovrebbero; abbiamo tradizioni marinare ma comunità costiere che si svuotano; abbiamo pescatori che conoscono il mare per esperienza secolare e istituzioni che spesso lo conoscono attraverso una pratica amministrativa; abbiamo turismo balneare di massa e territori costieri sottoposti a pressioni ambientali sempre più forti.
Il paradosso è quasi comico, se non fosse drammatico: siamo circondati dall’acqua e continuiamo a comportarci come un Paese continentale.
Persichetti sembra dunque interessata soprattutto alle contraddizioni. Da una parte l’immenso patrimonio economico e culturale rappresentato dal Mediterraneo; dall’altra la frammentazione burocratica, le decisioni che arrivano tardi, le emergenze climatiche, le infrastrutture incompiute e una politica spesso incapace di mettere insieme ciò che appartiene, per natura, allo stesso sistema.
Il libro attraversa così porti mai decollati, spiagge contese, flotte di pescatori in difficoltà, allevamenti ittici presentati come possibili soluzioni e comunità costiere che cercano di non diventare semplicemente scenografie per visitatori estivi.
E qui la cronaca diventa sociologia.
Perché dietro ogni porto c’è una città. Dietro ogni barca c’è un mestiere. Dietro ogni concessione balneare c’è una questione economica e politica. Dietro ogni spiaggia erosa c’è una trasformazione climatica. E dietro ogni paese costiero che perde abitanti c’è la domanda, molto più vasta, su che cosa significhi oggi vivere di mare.
Il Mediterraneo, insomma, non è soltanto un ecosistema: è un archivio.
Conserva mestieri, linguaggi, consuetudini, tecniche, memorie e forme di organizzazione sociale. Ma un archivio può essere consultato oppure dimenticato. E Blue economy sembra suggerire che l’Italia abbia passato troppo tempo a fotografare il proprio archivio senza preoccuparsi abbastanza di leggerlo.
Il cambiamento climatico rende tutto più urgente. Il Mediterraneo si sta riscaldando rapidamente e la crisi ambientale non è più un capitolo separato dall’economia: entra direttamente nella pesca, nell’acquacoltura, nel turismo, nella vita dei porti e nella sopravvivenza delle comunità costiere. La vecchia distinzione fra economia e ambiente, già abbastanza artificiale, in riva al mare diventa semplicemente ridicola.
E tuttavia Persichetti non sembra costruire un libro apocalittico. Accanto alle difficoltà ci sono infatti esperienze, competenze e tentativi di innovazione. Il punto non è dunque stabilire che il mare italiano sia malato, ma capire se la crisi possa diventare un laboratorio.
È probabilmente questa la parte più interessante dell’operazione: raccontare l’economia attraverso le persone e il territorio, invece di raccontare le persone attraverso l’economia.
La differenza non è piccola.
Un economista potrebbe partire dal PIL, dagli investimenti, dall’occupazione. Un ambientalista dalla temperatura dell’acqua, dalla biodiversità, dall’erosione delle coste. Un amministratore dai regolamenti, dalle competenze e dalle concessioni. Persichetti sembra voler mettere tutti questi linguaggi nello stesso quadro, mostrando che il mare non permette facilmente di separarli.
E forse è proprio questo il senso più profondo della «blue economy»: non un nuovo settore dell’economia da aggiungere agli altri, ma un modo diverso di comprendere l’economia quando ci si accorge che il territorio non finisce dove comincia l’acqua.
Il mare, del resto, ha sempre avuto questa fastidiosa abitudine: non rispettare i confini amministrativi.
Le onde non chiedono quale Comune abbia competenza sulla costa. I pesci non leggono i regolamenti. Le correnti non rispettano le circolari ministeriali. Il clima, soprattutto, non ha mai avuto particolare rispetto per la burocrazia.
È forse per questo che Blue economy è, più che un libro sul mare, un libro sull’Italia. Sul suo rapporto con il territorio, sulla sua difficoltà a progettare il futuro, sulla capacità straordinaria delle comunità locali di resistere e inventare soluzioni e, contemporaneamente, sull’altrettanto straordinaria capacità delle istituzioni di complicare ciò che potrebbe essere semplice.
Il mare diventa così una lente. Guardando nell’acqua vediamo il Paese.
E scopriamo che quella grande superficie blu che per secoli abbiamo utilizzato come via di comunicazione, fonte di cibo, spazio commerciale e promessa turistica non è affatto uno sfondo. È una delle infrastrutture fondamentali della nostra storia e, probabilmente, una delle grandi infrastrutture del nostro futuro.
La domanda conclusiva, allora, non è se l’Italia abbia una «blue economy». Naturalmente ce l’ha. La domanda è se abbia finalmente una politica del mare degna di un Paese che dal mare è quasi interamente definito.
Persichetti ci ricorda che la risposta non può essere affidata soltanto ai numeri. Perché il mare produce ricchezza, ma produce anche identità. Produce occupazione, ma anche memoria. Produce merci e turismo, ma anche paesaggi, comunità e conoscenza.
E quando un Paese possiede tutto questo e continua a considerare il mare una cornice, forse il problema non è il mare.
È lo sguardo di chi lo osserva dalla terraferma.

