Centri storici come realtà e rappresentazione

di Maurizio Fantoni Minnella –

 

Nell’uso comune la definizione di centro storico sostituisce quella più improbabile di città medievale per una ragione molto semplice: non esiste città medievale che non abbia conosciuto evoluzioni e superfetazioni durante i secoli, giungendo fino a noi nella forma ormai stereotipata di “centro storico”. Oggigiorno quest’ultimo, più che uno spazio fisico sul quale si è sedimentata gran parte della cultura urbana dell’Occidente, si è trasformato in un brand mentale dai netti contorni sociali ed economici. Dunque la città medievale resta una chimera, l’iperbole di un passato lontanissimo, tuttavia di essa, in molti casi, (specialmente nella penisola italiana), permane quella struttura urbana che ha consentito la progressiva costruzione di una possibile mitologia dei cosiddetti centri storici che nella nuova vulgata delle destre al potere si riduce alla famigerata “area ZTL” abitata da una borghesia non più alleata con il pensiero conservatore, per non dire reazionario, ma decisamente orientata a sinistra. Ma andiamo oltre tale miseria che bene ci parla di un’epoca di miserie e di barbarie annunciate.

Nel corso del XIX secolo, durante lo storico abbattimento delle cinte murarie medievali di molte città per consentire un ulteriore sviluppo di esse al di fuori dell’antico perimetro, non solo si sperimentò l’idea della città borghese e la si mise in pratica, ma si permise altresì all’antico sedimento urbano di rimanere inalterato pur tuttavia nel sovrapporsi di epoche architettoniche nel medesimo spazio: Gubbio e Genova possono essere presi a modello di esempi antitetici rispetto al grado di superfetazione presente nel tessuto architettonico, ossia, mentre nella piccola città umbra permane nei secoli il puro manufatto medievale, nella grande città mediterranea siamo di fronte al sovrapporsi di epoche all’interno di uno stesso, singolo edificio. Nel seguire un modello già sperimentato nel Rinascimento, gli architetti ottocenteschi pianificarono nuove strade, rettifili e interi quartieri per una borghesia nascente, aspirante a vivere in luoghi dove salubrità, spazio e decoro e magari una vista panoramica, fossero condizioni primarie per una nuova concezione dell’abitare. In questo passaggio epocale abbiamo una prima lettura “moderna” di ciò che sarà l’evoluzione delle città vecchie fino alla più recente definizione di centri storici. Luoghi destinati alle classi popolari nelle loro secolari stratificazioni, spazi dove si mescolano il mercato e la residenza, il vivere e il mercanteggiare, intervallati dai luoghi del sacro che ancora oggi caratterizzano con un segno forte ed emblematico le nostre città. In altre parole, spazi di vita reale, dove era ancora possibile individuare una sorta di continuità con le epoche passate, elemento che conferiva all’intero manufatto urbano un’anima pulsante e non una semplice rappresentazione che avverrà in seguito, a partire dalla seconda metà del XX secolo.

Nei decenni a cavallo tra il XIX e il XX secolo, la riscoperta del medioevo e delle radici storiche dell’Europa prevalentemente come revival stilistico (si pensi alle due figure d’architetti che ne fissarono i principi: il francese Eugene Viollet-le-Duc 1817-1879 e l’italiano Gino Coppedè, 1866-1927), che grazie al gioco di citazioni colte e al principio del pastiche, anticiperebbe di un secolo lo stile post-moderno. In tale accezione non il medioevo ma il gusto neo-medievale, s’impone come moda e orientamento del gusto, che tuttavia lascerà inalterato il tessuto storico delle città di antico sedimento o lo ricostruirà attenendosi ad un gusto neo-romantico (si pensi alla città murata di Carcassonne in Provenza)  o infine, lo inventerà come falso storico (come nel caso di Grazzano Visconti in pianura padana o dei castelli finto gotici che ancora una volta si devono al talento del Coppedè, attivo prevalentemente a Roma e a Genova).

Nel secondo dopoguerra, nelle città vecchie dell’Italia in ricostruzione si interviene ancora alla meglio perlopiù deturpando, sostituendo antichi edifici sinistrati con altri moderni nel linguaggio corrente di un’edilizia anonima, più spesso di rapina, talvolta rispettando solamente gli allineamenti stradali. La città consegnataci dal passato era ancora dei suoi abitanti, borghesi e operai, aristocratici e mercanti. La cultura dei palazzi e quella delle botteghe artigiane, delle case popolari e delle chiese s’intrecciavano in un continuum talora dissonante ma comunque dialettico, ma con la sparizione lenta ma inesorabile dell’artigiano come soggetto e classe sociale e dei piccoli commerci di tradizione, i nuclei storici cominciano a declinare verso un vuoto che non sarà mai riempito oppure verrà sostituito da nuove attività in funzione di un turismo sempre più di massa. Ma per giungere a tale risultato si dovrà comprendere una serie di passaggi, uno dei quali riguarda più da vicino il processo di rivalutazione immobiliare delle cosiddette aree storiche, in una fase della storia urbana in cui si era giunti ad una saturazione degli spazi extraurbani, suddivisi tra aree industriali e lotti residenziali.  Si guardò, allora, ai centri storici come ad una risorsa da non sottovalutare nell’economia del futuro. In questa fase storica si avrà, tra l’altro, il primo piano particolareggiato di recupero del centro antico di Bologna (redatto da Pier Luigi Cervellati nel 1973), e su tale linea di sviluppo, nelle stanze della politica e dell’imprenditoria si guardò ai vantaggi derivati dall’utilizzo degli spazi del nuovo soggetto urbano: finalmente il centro storico!. Di cui ora si magnificano chiese, palazzi, fontane, musei, statue e altri manufatti di interesse storico-artistico, posti, in molti casi, sotto la protezione dell’Unesco. Che cosa significa, per un centro storico, il passaggio dalla realtà alla rappresentazione? Il fatto che esso diventi il luogo per eccellenza, non solamente della nuova classe borghese, ma del nuovo turismo di massa per il quale la percezione della bellezza architettonica, privata della sua fruizione naturale e quotidiana da parte degli abitanti, delle botteghe artigiane e dei piccoli commerci, prepotentemente sostituiti una pletora di ristoranti, bar, negozi di souvenir e altre cianfrusaglie, di abbigliamento griffato in ogni strada, ma soprattutto di affittacamere che impoveriscono la presenza stabile degli abitanti, si trasforma in una sorta di rappresentazione dell’antico medievale, contro i quali, peraltro si stanno opponendo città e perfino isole, come Barcellona e le Canarie, in un susseguirsi di quinte suggestive ma senz’anima perché private di quella continuità umana che le rendeva vive e attraenti. Ora, senza l’apporto, spesso molesto, del turismo “mordi e fuggi”, sarebbero, paradossalmente, dei gusci vuoti. Gli architetti che tra gli anni ’50 e ‘70 del secolo scorso si dilettavano a riprogettare le periferie urbane delle grandi città, talvolta creando veri e propri falansteri alcuni dei quali, per fortuna, demoliti, oggi si dilettano, invece, di restauri, che vorrebbero filologici, di antichi edifici da porre sul mercato ad alto prezzo per una clientela esigente, desiderosa di assaporare il privilegio di una casa nel “centro storico!”. Del resto il fascino esercitato da quest’ultimo dipende, innanzitutto, dalla sua organicità quasi protettiva, accarezzata da un’atmosfera di apparente benessere, lontana dalle insidie delle periferie, ma quando la periferia penetra nel centro, diventando essa stessa centro, come ad esempio nell’angiporto genovese, allora il paradigma viene letteralmente rovesciato e da un altro importante fattore, quello relativo alla sostanziale anonimia delle aree urbane della modernità, sviluppatesi durante il secondo dopoguerra e, mancanti di una pianificazione organica, sebbene presentino episodi isolati di architettura di qualche rilievo ma comunque destinate a disorientare i visitatori e in molti casi gli stessi residenti. Il turista di passaggio consuma pezzi di città come si consuma qualsiasi altro prodotto disponibile e poi se ne va via senza lasciare traccia, pronto per un’altra scorribanda massificata nella bellezza intesa come deposito del passato. Città come, Firenze, Roma, Bologna, Praga, Vienna, (per citare le più note) e molte altre più piccole che possono vantare un qualche passato glorioso o di particolare qualità paesistiche come, ad esempio, Positano, Le Cinque Terre o la vicina Porto Venere, hanno smarrito l’anima lasciando al suo posto splendidi manufatti da riempire i libri di storia dell’architettura. Venezia resta pur sempre un’eccezione, dal momento che, a fronte alla ormai costante emergenza transatlantici, in virtù della sua vastità e unicità, resistono aree come la Giudecca e il sestiere di Castello con i loro abitanti veri, nella loro orgogliosa “emarginazione” rispetto ai luoghi canonici e più celebrati dell’imbarbarimento turistico divenuto ormai fisiologico. Negli spazi interni dei grandi musei, fiori all’occhiello delle città, a sua volta, ormai si consuma il trito rituale delle “grandi mostre” preconfezionate e predigerite, che fanno il giro del paese mietendo consensi mentre i musei stessi si trasformano in aziende pubbliche adeguandosi alle leggi del mercato. I grandi capolavori sono dati in pasto a migliaia di spettatori giornalieri, scaglionati in turni di visita secondo le peggiori logiche del consumo immediato e la vendita di gadgets inutili, presto dimenticati o destinati alla spazzatura. E’ questa la visione culturale delle città del terzo millennio?

A tanta ammirazione frettolosa e acritica non corrisponde affatto la gioia di vivere la città non come museo all’aperto ma come integrazione di natura, quotidianità e cultura. La bellezza del passato, oggi realmente in pericolo, nonostante i vincoli protettivi vigenti, andrebbe dunque riletta e reinterpretata, non tanto secondo criteri di sfruttamento commerciale, quanto come bene comune da reintrodurre nella quotidianità. Si è dunque, via via creato uno spartiacque, è bene ribadirlo, tra le città mediterranee e le città dell’interno. Su quest’ultime, in particolare quelle del centro Europa, gli effetti della globalizzazione erano ben noti già nei lontani anni ’80 quando già apparivano nelle aree centrali i primi centri commerciali. Se si osservano con attenzione si scoprirà che rispondono nelle loro singole parti alle medesime modalità turistiche e mercantili, tanto da apparire molto simili tra loro, ossia con ben pochi elementi che ormai le distinguano! Quanto a grandi città mediterranee come Napoli, Genova, Palermo e Marsiglia, il processo in atto di gentrificazione sembra procedere molto più lentamente e non trovare nel tessuto storico la medesima facilità di penetrazione, ma non è detto che invece, questo non possa avvenire più avanti nel tempo. Città che pur vantando tra i nuclei storici più grandi d’Europa, ancora resistono alle sirene del turismo di massa, grazie alla presenza di masse popolari che vi risiedono lasciando inalterate abitudini, tradizioni e luoghi fisici. Città di cui si lamenta la violenza e la sporcizia come fattori endemici tuttavia mai abbastanza sottolineando il valore delle epoche antiche declinate in spazialità e architetture, come realtà e non come rappresentazione.

 

*immagine realizzata con IA

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