Bukhara – Samarcanda o l’illusione dell’esotico

di Maurizio Fantoni Minnella –

  1. Chi giunge a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, una delle cinque ex repubbliche socialiste sovietiche dell’Asia Centrale, ha un solo pensiero assillante: vedere al più presto Samarcanda, città regina della “Via della Seta”, sogno esotico di ogni viaggiatore europeo. Insieme a Zanzibar, Timbouctou e Petra, essa rappresenta il miraggio di una civiltà lontana, ricca di suggestioni e di promesse. Ma si sa che se Timbouctou è una città sahariana in lenta agonia in seguito ad una desertificazione inesorabile, Petra, una splendida città morta, sublime creazione degli antichi Nabatei, Zanzibar un suggestivo approdo turistico nell’Oceano Indiano, crocevia di culture, quella araba, indiana e africana, Samarcanda, sulla quale hanno scritto, tra gli altri lo storico medievalista Franco Cardini (1) e lo scrittore di origine libanese Amin Maloouf (2), invece, anche al più distratto viaggiatore non può che apparire, oggi, come una qualsiasi città asiatica moderna e caotica, ricca, tuttavia, di talune splendide testimonianze dell’arte Timuride, riferita all’impero di Tamerlano (1336- 1404). Si tratta di architetture monumentali (in prevalenza moschee, madrase, mausolei e minareti) che si succedono nel tempo, nelle dinastie successive fino al XIX° secolo. In tal senso la città che diede i natali a Tamerlano diventa il paradigma, non solo dell’illusione esotica (che ebbe la propria nascita durante i grandi imperi coloniali, diventando una vera e propria malattia che produsse pericolosi stereotipi, come ci rammenta lo studioso palestinese Edward Said, (1935-2003), nel fondamentale Orientalism, 1978) (3), ma anche di quel fenomeno urbano che prende il nome di monumentalismo decontestualizzato, fenomeno peraltro assai comune nelle grandi città europee contemporanee. Nel caso della città uzbeka, individuiamo almeno quattro aree monumentali due delle quali disposte in una logica di continuità attraverso un lungo viale pedonale fiancheggiato da ristoranti e botteghe dove sono posti in vendita i medesimi prodotti per turisti, creato appositamente per convogliare i flussi turistici entro spazi scenografici come il caso del cosiddetto “Registan” (in lingua persiana, luogo di sabbia), complesso monumentale formato da tre madrase costruite tra il XIV e il XVII secolo, entro il cui perimetro si estende un’immensa piazza, sorta di agorà dove si svolgevano diverse attività pubbliche. La grandiosità delle tre architetture islamiche, dovuta alla dimensione dei manufatti policromi, basata sul principio della perfetta simmetria ritmata da solide e alte torri, e cupole dalle forme ondulate color turchese e ai portali riccamente decorati a ceramiche policrome, perfettamente restaurati, hanno fatto di questo sito, circondato da sontuosi giardini che sappiamo realizzati dove un tempo esistevano antichi quartieri popolari, la città vecchia, insomma, una scenografia inerte per il turismo di massa, tra selfie, matrimoni e il solito, onnipresente consumo.                La tutela dell’Unesco ne garantisce il valore artistico, tuttavia musealizzandone l’insieme. Si direbbe, in fondo, che non vi sia in questo nulla di nuovo se non il moltiplicarsi di luoghi in cui la bellezza, protagonista assoluta, diventi un brand di puro divertimento con pagamento di un biglietto d’ingresso!. Più lontano, in altri siti come l’antico cimitero ebraico  e lo “Shah i Zinda”, o più comunemente, il “Viale dei Mausolei”, luogo di pellegrinaggi davvero unico per la sorprendente sequenza di edifici  funebri dedicati a importanti figure dell’Islam, la gran massa di turisti stranieri provenienti in gran parte dalla Russia e dall’Europa, si mescola con indifferenza ad una delegazione di imam in visita alle tombe: una piccola e severa moltitudine che affronta con solenne cadenza la ripida scalinata che precede l’arrivo al cospetto dei morti e al momento della preghiera.
  2. Come da consumato copione, non esiste Samarcanda senza Bukhara, la più santa delle città dell’Islam centrasiatico o se si preferisce, dell’ex Sovietistan, per citare un fortunato volume di viaggio della norvegese Erika Fatland (4) e, forse, anche senza Khiva, la più remota città uzbeka, chiusa in una cinta muraria in parte conservata. A Bukhara si ha finalmente la sensazione di essere giunti in un luogo che conserva ancora la fisionomia di un’antica città. E qui sorge ancora una volta la questione relativa ai centri storici e ai limiti del recupero conservativo. La città si snoda per circa un chilometro attraverso un percorso di antichi mercati, intervallato da piazze su cui si affacciano moschee e madrase di grande bellezza. Due passaggi coperti sormontati da cupole in laterizio segnano la presenza di grandi bazar dove maggiormente si addensano i visitatori accorsi in massa dopo l’apertura dei confini e le facilitazioni d’ingresso nel paese, stregati dalla visione dei tappeti più belli di tutta l’Asia Centrale, ma anche da coltelli bizzarri, gioielli, vestiti e memorabilia del periodo sovietico, ma il consumo del cibo in un qualsiasi ristorante del centro si rivela essere, dopotutto, la maggior attrazione. Dalla madrasa di Mir-I-Arab del XVI° secolo a conclusione del lungo percorso della città vecchia, già si intravede la mole poderosa della cittadella (Ark), espugnata dall’Armata Rossa nel 1920, e oggi in ostaggio di masse di turisti che occupano gli oltre duecento alberghi, B&B e ostelli (in ogni vicolo ne spuntano almeno due-tre!), del resto presenti ovunque (con la licenza di ricostruire nuove costruzioni in falso stile uzbeko), in questa che un tempo fu un’oasi e approdo sicuro sulla “Via della Seta”. Qui la città monumentale delle madrase e delle moschee non esclude con muri e porte, come a Samarcanda, l’altra città, quella labirintica della gente semplice che in quelle case conserva le proprie radici, tuttavia percorrendone i vicoli, spesso allagati, dove il cemento ha sostituito la pietra, si ha come la dolente sensazione di smarrimento e di vuoto.

Samarcanda e Bukhara si rivelano, quindi, diverse tra loro ma, in fondo, speculari laddove è il mercato invasivo del turismo di massa a dominare, permeando ogni aspetto della vita sociale, sia che si tratti di uno spazio organico e compatto, che di insulae monumentali. In altre parole, monumentalismo e gentrificazione si presentano come due letture, strettamente collegate, del nuovo paesaggio urbano e delle sue trasformazioni che certamente avranno portato più benessere alla gente locale, ma al tempo stesso avranno spinto quella stessa gente a stabilire la propria residenza fuori dal centro. Non dissimile da Venezia, con le dovute proporzioni, si può dire che l’antica Bukhara abbia reso l’anima al diavolo del profitto e dell’eterno banchetto globale che nutrendosi parassitariamente della bellezza, ne fa un immenso business.

Ci si avventura in fretta verso le due città carovaniere credendole ferme nel proprio passato e tuttavia si finisce poi con l’accontentarsi di acquistare tappeti e tessuti nei bazar con l’illusione di essere gli ultimi viaggiatori lungo la “Via della Seta”.

 

 

Note

  1. Franco Cardini, Samarcanda, un sogno color turchese, il Mulino, Bologna 2016
  2. Amin Maloouf, Il manoscritto di Samarcanda, Longanesi & C. Milano 1989
  3. Edward Said, Orientalism, Vintage Books Editions, New York 1979, trad. italiana: Orientalismo l’immagine europea dell’oriente, Feltrinelli editore, Milano 2013
  4. Erika Fatland, Sovietistan Un viaggio in Asia Centrale, Marsilio editori, Venezia 2021

 

*Immagine realizzata con IA

 

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