-di PIERLUIGI PIETRICOLA-
La recente ristampa di Esilio di Vera Modigliani, curata da Arcadia Edizioni, restituisce al lettore contemporaneo un testo che si colloca con discrezione ma fermezza nel panorama della memorialistica novecentesca. Non si tratta di un romanzo nel senso stretto del termine, bensì di un’opera di confine: diario, testimonianza storica, racconto morale. Ed è proprio in questa natura ibrida che risiede la sua forza.
Il libro nasce dall’esperienza dell’esilio politico vissuto dall’autrice insieme al marito, Giuseppe Emanuele Modigliani, figura centrale del socialismo italiano costretto a una lunga fuga dall’Italia fascista. Ma Esilio non è una cronaca ideologica né un testo di propaganda. È piuttosto la registrazione paziente e rigorosa di una vita sospesa, compressa, segnata dalla precarietà materiale e dall’erranza geografica, in cui l’impegno politico si intreccia continuamente con la quotidianità più minuta.
La scrittura di Vera Modigliani colpisce per la sua sobrietà. Non vi è mai compiacimento nel dolore né indulgenza nel vittimismo. L’autrice preferisce una prosa funzionale, asciutta, talvolta quasi notarile, che enumera spostamenti, alloggi, incontri, difficoltà economiche. Eppure, proprio questa apparente freddezza diventa uno strumento di forte intensità emotiva: il lettore percepisce l’esilio non come evento eccezionale, ma come condizione esistenziale protratta, logorante, normalizzata.
Dal testo emerge un profilo psicologico netto. Vera Modigliani appare come una personalità dotata di una resilienza silenziosa, fondata su un senso profondo del dovere e su una disciplina morale che non ammette cedimenti spettacolari. È una donna che osserva, annota, trattiene. La scrittura diventa così un atto di controllo sul disordine dell’esperienza: catalogare equivale a resistere. I dettagli — un albergo mediocre, un pasto frugale, una stanza temporanea — non sono semplici sfondi narrativi, ma veri e propri ancoraggi identitari in un mondo che nega stabilità.
Altro tratto distintivo è la centralità del legame affettivo. Il marito non è mai ridotto a figura pubblica: è compagno di vita prima ancora che dirigente politico. In questa fusione tra privato e pubblico si rivela una psicologia profondamente relazionale, che riflette una concezione dell’impegno politico come responsabilità condivisa, mai astratta. Anche stilisticamente, ciò si traduce in una continua oscillazione tra resoconto storico e osservazione intima, senza fratture né gerarchie.
Esilio è dunque un libro che rifiuta la retorica dell’eroismo, scegliendo invece la strada più ardua della testimonianza sobria. La sua letterarietà non risiede nell’invenzione, ma nella coerenza tra voce, esperienza e visione del mondo. La ristampa di Arcadia Edizioni permette oggi di riconsiderare questo testo non solo come documento storico, ma come esempio alto di scrittura morale, capace di parlare al presente in un’epoca che conosce nuove forme di sradicamento e precarietà.
Rileggere Esilio significa confrontarsi con un’idea di dignità che non alza la voce, ma resiste. E proprio per questo resta.
