-di PIERLUIGI PIETRICOLA-
Ci sono libri che parlano di cucina e libri che, con una sorta di elegante depistaggio, parlano del mondo fingendo di parlare di cucina. La lotta di classe nel piatto di Antonio Maglie e Renato D’Elia, pubblicato da Arcadia Edizioni, appartiene senza esitazione alla seconda specie: quella dei testi che osservano il cibo con l’aria del gastronomo ma in realtà con l’attenzione del sociologo e, talvolta, con l’ironia del moralista. Il loro saggio si presenta come una riflessione sul trionfo contemporaneo della gastronomia, ma fin dalle prime pagine appare chiaro che il piatto è solo il luogo simbolico in cui si consuma qualcosa di più vasto: la rappresentazione delle nuove gerarchie sociali.
Il punto di partenza degli autori è un fenomeno ormai evidente: la centralità assoluta del discorso culinario nello spazio mediatico. Chef celebrati come figure carismatiche, ristoranti trasformati in mete quasi iniziatiche, programmi televisivi che raccontano la cucina come un’epica domestica. Maglie e D’Elia osservano questo scenario con uno sguardo volutamente disincantato e coniano una formula efficace, “gastromania”, per indicare la proliferazione quasi ossessiva di narrazioni intorno al cibo. Non si tratta, tuttavia, di una semplice moda culturale. Secondo gli autori, questa ossessione gastronomica svolge una funzione più profonda: quella di organizzare simbolicamente la distinzione sociale.
Il cibo, che per secoli è stato il terreno elementare della sopravvivenza, diventa così un linguaggio di prestigio. Il ristorante stellato, il menù degustazione, la retorica dell’ingrediente rarissimo o del territorio mitizzato funzionano come segni di appartenenza a un ordine simbolico. Il gesto quotidiano del mangiare viene trasformato in una pratica identitaria, quasi in una liturgia del gusto. In questa prospettiva, la gastronomia contemporanea appare come un sofisticato sistema di classificazione: non si mangia soltanto, si prende posizione.
È qui che il libro introduce la sua intuizione più provocatoria. La società neoliberale, osservano Maglie e D’Elia, ha sostituito alle vecchie divisioni sociali una rete più sottile ma non meno efficace di gerarchie culturali. Il culto della cucina d’autore, lungi dal rappresentare una democratizzazione del gusto, produce nuove forme di esclusione. L’alta cucina diventa un codice di riconoscimento, un lessico aristocratico del consumo. In questo senso, il trionfo gastronomico degli ultimi anni somiglia meno a una festa collettiva e più al ritorno di una struttura antica: una sorta di feudalesimo simbolico in cui il prestigio passa attraverso il piatto.
Il merito del libro non sta soltanto nella tesi, ma nel modo in cui essa viene argomentata. Il tono è spesso ironico, talvolta volutamente paradossale, e questa inclinazione al paradosso consente agli autori di smontare con eleganza l’immaginario culinario dominante. La cucina contemporanea, suggeriscono, non è più soltanto un’arte o una tecnica, ma un dispositivo narrativo potentissimo: produce miti, costruisce autorità, distribuisce riconoscimento. Lo chef diventa una figura quasi sacerdotale e il ristorante una scena in cui il prestigio sociale si manifesta sotto forma di esperienza estetica.
In questo senso La lotta di classe nel piatto non è semplicemente un libro sulla gastronomia. È piuttosto un saggio sulla società contemporanea che ha scelto il cibo come lente privilegiata. Ed è proprio questa scelta apparentemente eccentrica a rendere il volume particolarmente persuasivo. Parlare di classi sociali attraverso il linguaggio del gusto permette infatti di cogliere dinamiche che spesso sfuggono alle analisi più tradizionali.
In un’epoca in cui il discorso gastronomico ha invaso televisione, editoria e social media, il libro di Maglie e D’Elia invita a guardare con maggiore sospetto quella che sembra soltanto una passione collettiva. Dietro la spettacolarizzazione del cibo, dietro la celebrazione rituale del piatto perfetto, si muovono logiche di distinzione e di potere. Ed è proprio questa consapevolezza a conferire al saggio una sorprendente attualità. Perché, come suggeriscono gli autori con sottile ironia, anche la politica — talvolta — si nasconde nel luogo più insospettabile: dentro il piatto.
