La lunga commedia italiana dei corrotti e dei corruttori

-di PIERLUIGI PIETRICOLA-

 

C’è una speciale categoria italiana, fra il “romanzo-documento”, il pamphlet civile, l’inchiesta moralistica e la filologia della canaglia nazionale, che da noi prospera con periodicità carsica: compare nei momenti in cui il Paese, dopo essersi contemplato allo specchio con cipria istituzionale e pose da democrazia adulta, scopre improvvisamente d’avere ancora in tasca il portafoglio rubato. In questa genealogia — che va dai libelli postunitari contro il trasformismo fino alle anatomie della Prima Repubblica — il libro di Sergio Turone occupa un posto singolare e, oggi, perfino commovente nella sua lucidità preventiva.

Corrotti e corruttori. Dall’Unità d’Italia alla P2, ripubblicato da Arcadia Edizioni a oltre quarant’anni dalla sua prima apparizione presso Laterza, non è soltanto un libro “da recuperare”: è uno di quei testi che, riletti oggi, producono il disagio delle diagnosi troppo esatte. Pubblicato originariamente nel 1984, e perfino sequestrato dopo la denuncia di Umberto Ortolani — il gran cerimoniere opaco della P2 internazionale — il volume aveva già allora qualcosa di irritante per il potere: la pazienza documentaria.

Turone, infatti, appartiene a quella razza ormai rarissima di giornalisti italiani che non si limitavano a “raccontare gli scandali”, ma li inserivano in una continuità storica. Non la corruzione come incidente, dunque, ma la corruzione come stile di governo, come grammatica parallela dello Stato unitario. Dai faccendieri postrisorgimentali alle banche spericolate dell’età crispina, dai ministeri infestati dal sottobosco clientelare fino alla loggia P2, il libro mostra un’Italia dove l’illegalità non interrompe il sistema: lo organizza.

Ed è qui che il volume acquista oggi una straordinaria attualità. Perché nel frattempo sono cambiati i nomi, i linguaggi, le piattaforme mediatiche, perfino le giacche dei mediatori di potere — meno doppiopetto romano, più advisor globalizzato — ma non è cambiato il meccanismo fondamentale: la zona grigia dove affari, politica, apparati e consenso si scambiano favori fingendo ogni volta di inaugurare una “nuova stagione”.

La grande forza del libro di Turone sta nel rifiuto di ogni moralismo teatrale. Non c’è l’indignazione prefabbricata dei talk show contemporanei, né la comicità penale diventata intrattenimento nazionale. C’è invece qualcosa di più severo e, perciò, più destabilizzante: la dimostrazione che la corruzione italiana possiede una propria tradizione culturale, quasi una continuità estetica. Una classe dirigente che cambia insegne ma conserva abitudini. Una perenne coabitazione fra legalità ufficiale e relazioni riservate.

E naturalmente, rileggendo oggi queste pagine, la mente corre continuamente al presente. Alla sopravvivenza delle reti d’influenza, alla privatizzazione delle decisioni pubbliche, alla confusione sistematica fra interesse collettivo e fedeltà personale. Perfino la P2 — che negli anni Ottanta appariva come l’apocalisse della Repubblica — finisce quasi per assumere, nella prospettiva contemporanea, il valore di un prototipo: l’anticipazione artigianale di sistemi opachi che oggi operano con strumenti più sofisticati, più internazionali, più digitalizzati, ma non meno invasivi.

Turone aveva compreso molto presto che il vero scandalo italiano non era il singolo scandalo. Era la sua ripetizione. La sua capacità mimetica. Il suo ripresentarsi sotto nuove sigle, nuovi partiti, nuove retoriche salvifiche. Per questo il libro conserva una vitalità impressionante: non sembra scritto “su” un’epoca, ma contro una tendenza permanente della storia nazionale.

E poi c’è il piacere, ormai quasi archeologico, della scrittura civile ben costruita. Una prosa asciutta, documentata, senza vanità accademiche ma anche senza populismi giudiziari. Una lingua da grande giornalismo italiano, quando il giornalismo aveva ancora ambizioni storiografiche e non soltanto algoritmi d’audience.

La ripubblicazione di questo volume da parte di Arcadia Edizioni assume dunque un significato che supera la semplice operazione editoriale. È un recupero di memoria critica. Un promemoria per un Paese che tende periodicamente a stupirsi di ciò che aveva già accuratamente dimenticato.

Rileggere oggi Corrotti e corruttori. Dall’Unità d’Italia alla P2 significa capire che la storia italiana non procede soltanto attraverso governi, elezioni e ideologie, ma anche tramite continuità invisibili: salotti, intermediazioni, protezioni reciproche, poteri paralleli. Ed è forse proprio questo, oggi, il valore più prezioso del libro: ricordarci che la corruzione non è mai soltanto un reato. È una cultura. E le culture, a differenza degli scandali, non finiscono con una sentenza.

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