Millenovecentonovantaquattro, l’anno in cui il futuro cambiò maschera

-di PIERLUIGI PIETRICOLA-

 

Ci sono libri che raccontano un’epoca. E poi ci sono libri che sembrano aspettare il lettore come una piazza deserta all’alba, quando le saracinesche sono ancora abbassate e si sente soltanto il rumore dei propri passi. Millenovecentonovantaquattro di Sergio Turone appartiene a questa seconda categoria. Non è un semplice romanzo della memoria, né un saggio travestito da narrativa. È piuttosto un piccolo teatro della coscienza italiana, dove gli eventi non marciano in fila indiana, ma si rincorrono come personaggi di un circo malinconico, ciascuno convinto di essere il protagonista mentre il sipario, silenziosamente, sta già calando su un mondo intero.
Il 1994. Basta pronunciare quell’anno perché nella mente italiana si accendano insegne luminose e ombre improvvise. È l’anno in cui la Prima Repubblica si dissolve definitivamente, in cui il linguaggio della politica cambia pelle, in cui la televisione smette di essere uno specchio e diventa il regista della realtà. Turone non osserva questo passaggio come farebbe uno storico intento a catalogare i fatti. Lo attraversa come un viaggiatore che, tornando nella casa dell’infanzia, scopre che le stanze sono rimaste identiche, ma l’aria è diventata irriconoscibile.
La sua scrittura possiede una qualità oggi sorprendentemente rara: non ha fretta.
In un tempo editoriale dominato dalla velocità, dalla battuta pronta e dall’ossessione della trama che deve divorare il lettore, Turone sceglie il passo dell’osservatore. Guarda. Ascolta. Lascia che siano le persone, i dialoghi, le contraddizioni a costruire lentamente il significato. È una narrativa che non impone interpretazioni, ma invita a partecipare. Ed è proprio questa discrezione a renderla potentissima.
Leggendo queste pagine si ha l’impressione di assistere a uno di quei lunghi movimenti di macchina che tanto amava il cinema italiano migliore. La storia procede senza strappi apparenti, ma mentre il lettore crede di seguire un personaggio, improvvisamente si accorge che il vero protagonista è il tempo. È lui a trasformare le convinzioni in illusioni, le promesse in slogan, gli entusiasmi in nostalgia.
Turone possiede inoltre una dote che appartiene soltanto agli scrittori autentici: sa raccontare la politica senza ridurla alla cronaca.
La politica, nelle sue pagine, non è fatta soltanto di governi, partiti o elezioni. È un modo di abitare il mondo. È il riflesso delle paure collettive, delle speranze private, delle ambizioni minuscole che finiscono per cambiare il destino di un Paese. Per questo Millenovecentonovantaquattro evita il rischio della commemorazione. Non celebra un passato perduto. Lo interroga.
Ed è proprio qui che emerge l’originalità della narrativa di Turone.
La sua è una scrittura che riesce a coniugare il rigore del giornalista con la libertà del narratore. Chi conosce la sua lunga esperienza professionale potrebbe aspettarsi un racconto governato dalla precisione documentaria. E invece accade qualcosa di diverso. I fatti sono solidissimi, ma attorno ad essi cresce un’atmosfera quasi visionaria, dove la realtà sembra continuamente sfiorare il simbolo. È come osservare una città riflessa nelle pozzanghere dopo un temporale: tutto è riconoscibile, eppure tutto appare diverso.
In questo equilibrio fra memoria civile e invenzione letteraria si riconosce la cifra più personale dell’autore.
Non c’è nostalgia facile. Non c’è moralismo. Non c’è la tentazione, tanto diffusa oggi, di dividere la storia fra buoni e cattivi. Turone sa che gli esseri umani sono creature contraddittorie e che proprio nelle contraddizioni si nasconde la verità narrativa.
Per questo il libro andrebbe riletto oggi.
Perché il 1994 non è affatto finito.
Abita ancora il nostro presente. Vive nel rapporto ambiguo fra politica e spettacolo, nell’idea che la comunicazione possa sostituire il governo, nella trasformazione del cittadino in spettatore permanente. Molti fenomeni che oggi consideriamo inevitabili trovano in quell’anno la loro scena originaria. Rileggere Turone significa allora comprendere non soltanto ciò che siamo stati, ma soprattutto il percorso che ci ha condotti fin qui.
In un panorama culturale spesso dominato dalla memoria istantanea, dove il passato viene consumato come un archivio digitale da consultare velocemente, questo libro restituisce alla memoria la sua funzione più alta: quella di strumento critico.
È una differenza enorme.
Ricordare non significa conservare fotografie ingiallite. Significa imparare a riconoscere i meccanismi con cui la storia ritorna, cambiando soltanto costume.
E allora Millenovecentonovantaquattro assume un valore che supera la dimensione letteraria.
Diventa un libro civile, nel senso più nobile del termine. Un’opera capace di ricordarci che le democrazie non cambiano improvvisamente. Cambiano poco alla volta, quasi senza rumore, attraverso il linguaggio, le immagini, le abitudini quotidiane. Turone coglie proprio quell’istante invisibile in cui il sipario si apre e nessuno, in platea, si rende conto che lo spettacolo è già diverso.
Forse è questa la ragione più profonda per cui oggi vale la pena riscoprirlo.
Perché i libri veramente importanti non sono quelli che spiegano il passato. Sono quelli che, una volta chiusi, ci costringono a guardare il presente con occhi nuovi.
Sergio Turone ci riesce con una naturalezza che appartiene ai narratori autentici: quelli che non alzano mai la voce, ma lasciano nel lettore una sensazione persistente, come il suono lontano di una banda che continua a risuonare quando la piazza si è ormai svuotata.
Ed è in quella musica discreta, insieme malinconica e lucidissima, che Millenovecentonovantaquattro trova il suo posto tra quei libri destinati non soltanto a essere letti, ma a tornare periodicamente nelle mani dei lettori, ogni volta che il presente sembra aver dimenticato da dove proviene.

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